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Pensieri e parole


Domenica, 07 Giugno 2020 15:16

Gli imbecilli del web

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Ogni innovazione tecnologica in grado di coinvolgere la comunicazione, ha sempre portato enormi cambiamenti nella fruizione e diffusione dell'informazione e della politica, stravolgendo tutto quello che fino ad allora vi era stato e dando nuove opportunità di contatto tra (e)mittente e destinatario.

 

Analizziamo, con un rapido excursus, quelle dell'ultimo secolo, solamente per focalizzarci sul più rilevante fattore che evidenzia di quanto sia cambiato negli ultimi 20 anni il modo di comunicare e, soprattutto, di comunicare la politica. Un secolo fa, il Presidente Roosevelt aveva spostato la radio dai campi militari alle case dei cittadini americani e, grazie alle sue “Chiacchierate al caminetto”1, era riuscito ad avvicinarsi alle persone fino a persuaderle, con notevoli abilità oratorie e retoriche, che fosse persino giusto entrare in una Guerra che non li riguardava. Gli Americani ascoltavano, affascinati, le parole del loro Presidente come se lo avessero avuto in casa seduto in poltrona con loro e non lo vedevano più come una entità astratta e fisicamente lontana. La vicinanza data dal solo ascoltare la voce del loro presidente, aveva abbattuto la barriera che li teneva lontani, soprattutto, nella condivisioni delle azioni collettive da compiere. Con l'avvento della televisione le cose continuarono sulla stessa scia, aiutate, ora, anche dalle immagini e, strada facendo, dall'aumento spasmodico di trasmissioni che avevano il potere di addomesticare il telespettatore. Fenomeno, come sappiamo, ampiamente sfruttato dalle televisioni private nate negli anni '80, sopra tutte, quelle di Silvio Berlusconi (che, guarda caso, un decennio dopo “scenderà in politica”....). E poi, circa una ventina di anni fa, ha iniziato a divenire accessibile a sempre più persone “la rete” che non ha, solo, velocizzato e ampliato la comunicazione a distanza tra il corpo politico e quello elettorale: ha fatto molto di più e di molto più innovativo, anche rispetto al mezzo stesso. Fino a quel momento le comunicazioni di massa (stampa, radio, televisione) avvenivano in modalità unidirezionale.

Il mittente produceva un messaggio, lo spediva al destinatario attraverso un mezzo, sperando che il messaggio fosse correttamente interpretato seguendo un comune codice condiviso da entrambi i soggetti coinvolti. Ma la certezza che il messaggio fosse arrivato correttamente non si aveva fino a che non si chiedeva al destinatario un'azione precisa: andare a votare. Ma così, ovviamente, gli eventuali errori si comprendevano solo a giochi fatti e quando non c'era più tempo per correggere il tiro e riparare ai danni fatti. Il web ha cambiato le regole del gioco. Con l'avvento del web e, nello specifico, del web 2.0, le modalità di interazione tra emittente e destinatario sono cambiate, evolute, stravolte, ribaltate. La comunicazione è divenuta bidirezionale, non c'è più il politico che fa il discorso per radio/televisione/giornale con il cittadino costretto, tutt'al più, a inveire contro un monitor senza scalfire minimamente la sicurezza dell'orante. Riportando le parole di Del Lago (2017, p.70):Se la digitalizzazione invade la sfera pubblica, la trasforma irreversibilmente in qualcos'altro. In termini molto semplici, è la sfera pubblica a essere modellata e assorbita dalla rete e non viceversa.

Grazie, soprattutto, alla presenza dei leader politici sui social network, non solo il messaggio parte e arriva in tempo reale, ma, in tempo reale, ognuno di noi può rispondere, replicare, contestare e, sì, anche insultare un post2 che non gli è gradito. Nel preciso momento in cui il mittente riceve quello che viene definito feedback3, questi può decidere se cavalcare l'onda di un concetto “andato a segno”, chiedere scusa, spiegarsi o, addirittura, cancellare del tutto il suo messaggio. Il tutto può avvenire in una manciata di minuti.

Questa nuova modalità di scambio comunicativo ha portato vantaggi, svantaggi e una serie di perplessità che ci lasciano il grande dubbio se sia un bene o un male che le cose siano evolute in questo modo. Da un lato abbiamo, finalmente, la possibilità di non essere solo elementi passivi e succubi dei messaggi ricevuti e, quindi, di poter partecipare direttamente, in una specie di de ja vu, alla democrazia del nostro governo.

Quasi come se le votazioni per alzata di mano fossero magicamente ritornate e la criticità del numero esorbitante dei partecipanti diretti non fosse più un problema, oggi molti di noi si sentono nel dovere e nel diritto di poter dire qualunque cosa in merito a qualsiasi argomento. Semplificando il concetto in modo esasperato, potremmo rispolverare le tanto contestate parole del grandissimo semiologo Umberto Eco, che pare abbia affermato che il web abbia dato diritto di parola “a una legione di imbecilli”. Sicuramente Eco aveva il dono della sintesi, me nella sintesi c'è tanta chiarezza per chi vuole capire e altrettanta oscurità per chi non vuole capire o, semplicemente, non ha gli strumenti logici per comprendere la profondità di un messaggio.

Abbiamo già citato nell'introduzione la spiegazione di Michele Smargiassi delle parole di Eco e fatto presente le lacune concettuali di chi ha voluto interpretare quella affermazione come una gigantesca ingiuria verso il mondo contemporaneo. È ovvio, o almeno così dovrebbe essere, che nessuno strumento (dalla radio al web, passando per la televisione e qualunque altro mezzo di comunicazione) può rendere le persone “imbecilli”. Nessuno strumento ha questo potenziale intrinseco, ma ogni strumento può far evidenziare uno o più bug dell'essere umano e farlo scontrare con i suoi stessi difetti.

Sappiamo come il grande salto del web sia avvenuto con la diffusione degli smartphone (Ziccardi, 2019): tutto il mondo nelle tasche dei pantaloni anche se hai la quinta elementare. Non si vuole qui essere classisti, né offendere chi non ha avuto modo, nella sua vita, di studiare che sia stato a scuola o sia stato da autodidatta. Non sarebbe nemmeno corretto pretenderlo. Ma è altrettanto assurdo pensare che si possa presentare una enciclopedia in 12 volumi a un bambino di terza elementare, pretendere che la capisca (tutta!) e che possa e debba anche intervenire per correggere, modificare o ampliare le voci presenti. Sembra un folle paradosso, eppure quando diamo tutto lo scibile raccolto in un telefono a chiunque, e gli concediamo di esprimersi liberamente su qualunque argomento in qualunque momento dandogli la visibilità infinita del web, stiamo dando una enciclopedia a un bambino e gli stiamo dicendo che può modificare le voci delle leggi di chimica come vuole anche se la chimica non sa cosa sia.

Facendo, quindi, leva sulla, ormai nota, crisi della fiducia nella classe politica, alcuni nuovi leader politici hanno puntato il dito, seppur non sbagliando, sulla carente possibilità che, finora, il semplice cittadino aveva avuto di poter esprimere in prima persona il suo pensiero sui suoi disagi. Stante l'evidente semplicità d'uso del web 2,0, la sua capillarità, la sua economicità e, aggiungerei, la scarsa chiarezza di esecuzione delle leggi in merito al rispetto da portare in ogni caso per chiunque, il cittadino medio, davanti a un telefonino/tablet, scarica facilmente tutte le sue frustrazioni. Frustrazioni che, i leader politici attuali tendono a sobillare abbassando sempre più la qualità della comunicazione. Per parlare e discutere in un social network non occorre avere particolari titoli di studio, né conoscere la grammatica italiana (sempre più vandalizzata nella scrittura digitale), né avere competenze e conoscenze comprovate nella materia di cui si vuole parlare, nè portare rispetto per le idee di chi, invece, quella materia la conosce. Non possiamo ignorare il fenomeno attuale e sconvolgente dell'analfabetismo funzionale, che indica l'incapacità di usare in modo efficace le abilità di lettura, scrittura, calcolo nelle situazioni della vita quotidiana: incapacità di comprendere, valutare e usare le informazioni, incontrabili nell'attuale società4. Secondo lo Human Development Report 2009 la concentrazione più alta di analfabeti funzionali è proprio in Italia, coprendo il 47% della popolazione. La stima è stata compiuta su una popolazione compresa tra i 16 e i 65 anni, che per lo più, si sovrappone alla maggioranza del corpo elettorale. Secondo i dati Ocse (2015), tra l'altro, non è un fenomeno che riguarda solo gli adulti, ma anche i giovani. Secondo questo rapporto il peso dei social su questa situazione non è irrilevante e sottolinea come i giovani non sono in grado di leggere tra le righe di un testo o elaborare un proprio pensiero critico successivo alla lettura: le parole di Umberto Eco non sembrano più tanto una ingiuria, quanto una sana e allarmata preoccupazione per tutti noi.

1 - Da: https://it.wikipedia.org/wiki/Franklin_Delano_Roosevelt “discorsi settimanali chiamati "chiacchierate attorno al caminetto". Queste "chiacchierate" gli diedero l'opportunità di presentare colloquialmente le sue opinioni agli statunitensi, e spesso contribuirono ad affermare la sua popolarità in una fase in cui il presidente era impegnato a sviluppare una politica interna ed estera discussa e innovativa. Durante la guerra, le "chiacchierate attorno al caminetto" del presidente Roosevelt furono considerate molto efficaci per sostenere il morale delle comuni famiglie americane.”

2 - Messaggio inviato a un blog o a un gruppo di discussione in Internet.

3 - In linguistica e anche in psicologia, effetto retroattivo di un messaggio o di un'azione su chi li ha promossi.

4 - https://it.wikipedia.org/wiki/Analfabetismo_funzionale

Ogni innovazione tecnologica in grado di coinvolgere la comunicazione, ha sempre portato enormi cambiamenti nella fruizione e diffusione dell'informazione e della politica, stravolgendo tutto quello che fino ad allora vi era stato e dando nuove opportunità di contatto tra (e)mittente e destinatario. Analizziamo, con un rapido excursus, quelle dell'ultimo secolo, solamente per focalizzarci sul più rilevante fattore che evidenzia di quanto sia cambiato negli ultimi 20 anni il modo di comunicare e, soprattutto, di comunicare la politica. Un secolo fa, il Presidente Roosevelt aveva spostato la radio dai campi militari alle case dei cittadini americani e, grazie alle sue “Chiacchierate al caminetto”1, era riuscito ad avvicinarsi alle persone fino a persuaderle, con notevoli abilità oratorie e retoriche, che fosse persino giusto entrare in una Guerra che non li riguardava. Gli Americani ascoltavano, affascinati, le parole del loro Presidente come se lo avessero avuto in casa seduto in poltrona con loro e non lo vedevano più come una entità astratta e fisicamente lontana. La vicinanza data dal solo ascoltare la voce del loro presidente, aveva abbattuto la barriera che li teneva lontani, soprattutto, nella condivisioni delle azioni collettive da compiere. Con l'avvento della televisione le cose continuarono sulla stessa scia, aiutate, ora, anche dalle immagini e, strada facendo, dall'aumento spasmodico di trasmissioni che avevano il potere di addomesticare il telespettatore. Fenomeno, come sappiamo, ampiamente sfruttato dalle televisioni private nate negli anni '80, sopra tutte, quelle di Silvio Berlusconi (che, guarda caso, un decennio dopo “scenderà in politica”....). E poi, circa una ventina di anni fa, ha iniziato a divenire accessibile a sempre più persone “la rete” che non ha, solo, velocizzato e ampliato la comunicazione a distanza tra il corpo politico e quello elettorale: ha fatto molto di più e di molto più innovativo, anche rispetto al mezzo stesso. Fino a quel momento le comunicazioni di massa (stampa, radio, televisione) avvenivano in modalità unidirezionale. Il mittente produceva un messaggio, lo spediva al destinatario attraverso un mezzo, sperando che il messaggio fosse correttamente interpretato seguendo un comune codice condiviso da entrambi i soggetti coinvolti. Ma la certezza che il messaggio fosse arrivato correttamente non si aveva fino a che non si chiedeva al destinatario un'azione precisa: andare a votare. Ma così, ovviamente, gli eventuali errori si comprendevano solo a giochi fatti e quando non c'era più tempo per correggere il tiro e riparare ai danni fatti. Il web ha cambiato le regole del gioco. Con l'avvento del web e, nello specifico, del web 2.0, le modalità di interazione tra emittente e destinatario sono cambiate, evolute, stravolte, ribaltate. La comunicazione è divenuta bidirezionale, non c'è più il politico che fa il discorso per radio/televisione/giornale con il cittadino costretto, tutt'al più, a inveire contro un monitor senza scalfire minimamente la sicurezza dell'orante. Riportando le parole di Del Lago (2017, p.70): “Se la digitalizzazione invade la sfera pubblica, la trasforma irreversibilmente in qualcos'altro. In termini molto semplici, è la sfera pubblica a essere modellata e assorbita dalla rete e non viceversa”. Grazie, soprattutto, alla presenza dei leader politici sui social network, non solo il messaggio parte e arriva in tempo reale, ma, in tempo reale, ognuno di noi può rispondere, replicare, contestare e, sì, anche insultare un post2 che non gli è gradito. Nel preciso momento in cui il mittente riceve quello che viene definito feedback3, questi può decidere se cavalcare l'onda di un concetto “andato a segno”, chiedere scusa, spiegarsi o, addirittura, cancellare del tutto il suo messaggio. Il tutto può avvenire in una manciata di minuti. Questa nuova modalità di scambio comunicativo ha portato vantaggi, svantaggi e una serie di perplessità che ci lasciano il grande dubbio se sia un bene o un male che le cose siano evolute in questo modo. Da un lato abbiamo, finalmente, la possibilità di non essere solo elementi passivi e succubi dei messaggi ricevuti e, quindi, di poter partecipare direttamente, in una specie di de ja vu, alla democrazia del nostro governo. Quasi come se le votazioni per alzata di mano fossero magicamente ritornate e la criticità del numero esorbitante dei partecipanti diretti non fosse più un problema, oggi molti di noi si sentono nel dovere e nel diritto di poter dire qualunque cosa in merito a qualsiasi argomento. Semplificando il concetto in modo esasperato, potremmo rispolverare le tanto contestate parole del grandissimo semiologo Umberto Eco, che pare abbia affermato che il web abbia dato diritto di parola “a una legione di imbecilli”. Sicuramente Eco aveva il dono della sintesi, me nella sintesi c'è tanta chiarezza per chi vuole capire e altrettanta oscurità per chi non vuole capire o, semplicemente, non ha gli strumenti logici per comprendere la profondità di un messaggio. Abbiamo già citato nell'introduzione la spiegazione di Michele Smargiassi delle parole di Eco e fatto presente le lacune concettuali di chi ha voluto interpretare quella affermazione come una gigantesca ingiuria verso il mondo contemporaneo. È ovvio, o almeno così dovrebbe essere, che nessuno strumento (dalla radio al web, passando per la televisione e qualunque altro mezzo di comunicazione) può rendere le persone “imbecilli”. Nessuno strumento ha questo potenziale intrinseco, ma ogni strumento può far evidenziare uno o più bug dell'essere umano e farlo scontrare con i suoi stessi difetti. Sappiamo come il grande salto del web sia avvenuto con la diffusione degli smartphone (Ziccardi, 2019): tutto il mondo nelle tasche dei pantaloni anche se hai la quinta elementare. Non si vuole qui essere classisti, né offendere chi non ha avuto modo, nella sua vita, di studiare che sia stato a scuola o sia stato da autodidatta. Non sarebbe nemmeno corretto pretenderlo. Ma è altrettanto assurdo pensare che si possa presentare una enciclopedia in 12 volumi a un bambino di terza elementare, pretendere che la capisca (tutta!) e che possa e debba anche intervenire per correggere, modificare o ampliare le voci presenti. Sembra un folle paradosso, eppure quando diamo tutto lo scibile raccolto in un telefono a chiunque, e gli concediamo di esprimersi liberamente su qualunque argomento in qualunque momento dandogli la visibilità infinita del web, stiamo dando una enciclopedia a un bambino e gli stiamo dicendo che può modificare le voci delle leggi di chimica come vuole anche se la chimica non sa cosa sia. Facendo, quindi, leva sulla, ormai nota, crisi della fiducia nella classe politica, alcuni nuovi leader politici hanno puntato il dito, seppur non sbagliando, sulla carente possibilità che, finora, il semplice cittadino aveva avuto di poter esprimere in prima persona il suo pensiero sui suoi disagi. Stante l'evidente semplicità d'uso del web 2,0, la sua capillarità, la sua economicità e, aggiungerei, la scarsa chiarezza di esecuzione delle leggi in merito al rispetto da portare in ogni caso per chiunque, il cittadino medio, davanti a un telefonino/tablet, scarica facilmente tutte le sue frustrazioni. Frustrazioni che, i leader politici attuali tendono a sobillare abbassando sempre più la qualità della comunicazione. Per parlare e discutere in un social network non occorre avere particolari titoli di studio, né conoscere la grammatica italiana (sempre più vandalizzata nella scrittura digitale), né avere competenze e conoscenze comprovate nella materia di cui si vuole parlare, nè portare rispetto per le idee di chi, invece, quella materia la conosce. Non possiamo ignorare il fenomeno attuale e sconvolgente dell'analfabetismo funzionale, che indica l'incapacità di usare in modo efficace le abilità di lettura, scrittura, calcolo nelle situazioni della vita quotidiana: incapacità di comprendere, valutare e usare le informazioni, incontrabili nell'attuale società4. Secondo lo Human Development Report 2009 la concentrazione più alta di analfabeti funzionali è proprio in Italia, coprendo il 47% della popolazione. La stima è stata compiuta su una popolazione compresa tra i 16 e i 65 anni, che per lo più, si sovrappone alla maggioranza del corpo elettorale. Secondo i dati Ocse (2015), tra l'altro, non è un fenomeno che riguarda solo gli adulti, ma anche i giovani. Secondo questo rapporto il peso dei social su questa situazione non è irrilevante e sottolinea come i giovani non sono in grado di leggere tra le righe di un testo o elaborare un proprio pensiero critico successivo alla lettura: le parole di Umberto Eco non sembrano più tanto una ingiuria, quanto una sana e allarmata preoccupazione per tutti noi.
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Scrivo bene per te

Se hai bisogno di scrivere qualunque tipo di documento, dalla lettera alla denuncia, dalla tesi di laurea alla storia della tua vita, ti invito a contattarmi mandandomi una email a oremy@oremy.it spiegandomi di cosa hai bisogno o scrivendomi via whatsapp (no telefonate) al 349 2540661.

Emilia Orefice

emilia orefice

Mi chiamo Emilia Orefice, ho qualcosa in più di 40 anni, superati i quali si smette di contare.

Ho lavorato per moltissimi anni nella produzione di siti web, partendo dalla stesura di appositi testi adatti al web, fino alla loro realizzazione completa, in maniera autonoma come free lance.

Per questioni puramente personali, da quasi tre anni mi dedico all'assistenza degli anziani come collaboratrice familiare nelle loro case, occupandomi di loro e delle loro esigenze quotidiane.

Nel tempo che mi rimane aiuto i laureandi nella redazione della loro tesi di laurea.

Sono estremamente empatica, riflessiva e arguta, senza mancarmi per nulla la socievolezza.

Ho eccellenti capacità nell'analisi dei testi e nel problem solving.
Sono bravissima nella scrittura in tutte le sue varianti (informale, formale, aulica, burocratica...) e sono maniacalmente precisa quando redigo i miei testi e, ancora di più, quelli ufficiali.

Le attività che compio per hobby sono altrettanto numerose e variegate e vanno dalla classica lettura (da qualche anno soprattutto saggi di scienze sociologiche/psicologiche, et similia), alla fotografia amatoriale, fino all'attuale fortissimo interesse per la difesa personale attraverso l'arte marziale del wing chun per il quale sto studiando per diventare istruttore.

Sono stata sempre un leader in tutti i contesti a cui ho partecipato, ma so essere anche un eccellente braccio destro.

 

Se non sai come scriverlo, o vorresti scriverlo meglio: contattami e ti dirò come fare!

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