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Mercoledì, 22 Luglio 2020 09:44

Educare al senso civico

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Il senso civico non è insito nel nostro DNA.

Non fa parte di quelle capacità innate che ci hanno fatto sopravvivere per millenni facendoci capire come affrontare gli animali per ucciderli e mangiarli. Non è un istinto primordiale, anzi, probabilmente il più delle volte è un concetto persino in opposizione a quello istintivo della legge di sopravvivenza di memoria darwiniana. Il senso civico non appoggia il concetto di selezione naturale, ma lo contrasta con uno più alto e, filosoficamente, più morale che riguarda la sopravvivenza e il benessere dell'intera collettività, dove il singolo e la sua specifica sopravvivenza non esistono, ma esiste l'individuo collocato in una società, in un gruppo di persone.
L'essere umano è un essere sociale e, questo - sì - è un fattore endogeno della specie da cui non si può prescindere.
Un giorno l'uomo primitivo ha raggiunto la consapevolezza che l'unione con altri uomini come lui poteva fargli raggiungere obiettivi e affrontare pericoli e situazioni più impegnative che da solo non avrebbe mai superato.
È il concetto, poco matematico e molto sociologico, per il quale 1+1 non è uguale a 2, ma è uguale a 3, 10, 50, 100!
È, questa, la consapevolezza di poter divenire una forza distintiva ed efficace solamente se calati in un contesto di “unione” sociale, organizzata correttamente, dove ognuno, con le sue caratteristiche e le sue specifiche competenze, può apportare un significativo contributo in azioni complesse, più impegnative, ma socialmente più utili.
Sono stati i primi tentativi di caccia organizzata a rendere questo concetto più chiaro e illuminante: unendo le proprie forze, si poteva ottenere più cibo; il cibo andava condiviso con tutti affinché tutti avessero le forze per la prossima battuta di caccia.
Sembra un concetto molto elementare, ma ancora, vediamo che ci sono passaggi più o meno sottili di questo concetto che non sono in grado di permeare adeguatamente la nostra società in cui, spesso, vige ancora, invece, “la legge della giungla” dove, in assenza di norme certe, condivise e socialmente produttive, il più forte, prepotente, furbo o ricco vince sugli altri che possono perire nella loro incapacità.

 

Ma il concetto che il risultato ottenuto da un gruppo organizzato è decisamente migliore di quello di un singolo è evidente da tempo e, tanto per fare un esempio su tutti, l'esercito dell'antica Roma aveva ideato azioni militari collettive per cui era assolutamente necessario che ognuno facesse il suo piccolo passo per dare vita a una “arma vivente” in grado di affrontare i nemici più forti e pericolosi. Gli antichi romani avevano colto con profondità il senso di collaborazione, di organizzazione e di leadership. Non a caso, evidentemente, usiamo i termini “educazione civica” che derivano etimologicamente dal latino e ci illuminano sul significato più profondo che questa materia ha. Cominciamo da civica che deriva da civis e, di conseguenza, da civitas che significa città, ma, più correttamente, indicava l'insieme dei cittadini appartenenti allo stato giuridico della cittadinanza romana1. Un concetto estremamente evoluto e moderno! Le persone non sono “sudditi”, ma sono “cittadini”, riconosciuti e riconoscibili, da loro stessi e dagli estranei, come appartenenti a una comunità ben definita e in grado di darsi nome e leggi per una corretta convivenza organizzata nel rispetto gli uni degli altri e delle loro posizioni sociali. C'è poi il termine educazione che, come fin troppo abbiamo sottolineato nel nostro corso, deriva da ex-ducere ossia “trarre da”.2 Che non ha, ovviamente, il significato di “trarre dalla gioventù” per il passaggio all'età adulta, ma di “far uscire” dalla persona tutte quella qualità, capacità e competenze che ancora non ha o non sa ancora di possedere. Alla luce della spiegazione dei due termini, possiamo unirli nell'unica spiegazione di “educazione civica” che dovrebbe essere la capacità di far comprendere ai cittadini la consapevolezza di esserlo, nel mix di diritti e doveri nei confronti di loro stessi e degli altri cittadini.
Non si tratta, quindi, di una banale serie di regole da rispettare per non incorrere in punizioni, sanzioni, etc. Ma è lo sviluppo del senso di appartenenza capace di stimolare le azioni in grado di auto-proteggersi, sia come singolo individuo, sia come membro di una collettività. Dobbiamo, come educatori, quindi, rivedere e riprendere con forza in mano la questione del suo insegnamento che va al di dà di una mero apprendimento nozionistico di regole da seguire. Dobbiamo vedere in ogni educando il potenziale cittadino e lasciare che questo emerga in lui con la voglia di far parte di una comunità in grado di proteggerlo e che può proteggere a sua volta. Non per nulla l'istituzione dell'insegnamento dell'educazione civica nelle scuole fu un'idea semplice e geniale di Aldo Moro che, nel 1958, decise che questo senso di appartenenza doveva essere profuso a tutti i suoi giovani cittadini3. Non a caso, e va ricordato, Aldo Moro fece parte dell'Assemblea Costituente, ossia quell'assemblea che fu preposta alla stesura della Costituzione Italiana4. La Carta Costituzionale, infatti, non è una “legge come le altre”, ma è la fattrice di tutte le nostre leggi e del nostro essere cittadini italiani. Sappiamo che nel nostro ordinamento giuridico nessuna legge ordinaria può essere in contrasto con i principi enunciati nella Costituzione che, in un caso del genere, diverrebbe, appunto, incostituzionale e inapplicabile5.
La partecipazione di Aldo Moro all'assemblea costituente, come è facile immaginare, sarà stato motivo di immenso orgoglio per se stesso, che si sarà sentito parte di un evento storico, come effettivamente fu, che diede vita a un nuovo capitolo della nostra nazione, recentemente passata dalla forma di stato monarchica a quella repubblicana. Non si trattava di un evento secondario o di una legge qualsiasi, ma cambiava totalmente l'assetto organizzativo del paese e, soprattutto, il sentimento di appartenenza che doveva riguardare i suoi cittadini. Ecco perché Aldo Moro fu colto da questa brillante intuizione di dover “rendere partecipi e consapevoli” i cittadini italiani di questa nuova situazione, per iniziare a far nascere un nuovo tipo di cittadino non più soggetto a un re, ma partecipe di una collettività in cui si poteva andare a votare per esprimere la propria volontà di assegnare il compito del governo all'uno piuttosto che a un altro, in virtù di programmi politici e sensibilità specifiche nei confronti delle questioni nazionali ancora tutte da sciogliere. Il presidente Aldo Moro, quindi, oltre che nella veste ex ministro, ma, soprattutto, nella veste di docente alla facoltà di Legge, comprese l'importanza fondamentale dell'istruzione e della nascita di un senso civico per questa nuova generazione che, sicuramente, non poteva apprenderlo dai genitori e dai nonni che, invece, per questioni storiche, non lo possedevano nonostante le lotte partigiane e le rivendicazioni storiche. Come si dice sempre: vanno cambiate, soprattutto, le nuove generazioni; è da loro che potrà partire la spinta e il cambiamento propulsore verso un nuovo tipo di società e di cittadino. Se da un lato, pochissimi anni dopo, il Maestro Alberto Manzi cercava di insegnare a leggere e a scrivere, attraverso lo schermo televisivo, a una popolazione totalmente analfabeta, reduce da guerre e miseria6, dall'altro Aldo Moro voleva avviare la formazione di una nuova generazione in grado di “cambiare ancora le cose” nei decenni successivi. Lo studio dell'educazione civica, purtroppo, negli ultimi decenni è stata decisamente svalutato e spesso totalmente ignorato nell'insegnamento delle materie della scuola media. Una superficialità che non si è manifestata solo con una mera mancanza di informazioni e nozioni, ma con una vera e propria carenza di spirito di cittadinanza e di collaboratività sociale. Invece di progredire, c'è stata una sorta di regressione per cui il comune senso di appartenenza e, mi si permetta, di orgoglio patrio si sono disciolti in un individualismo che, in situazioni di forte crisi come quella contemporanea in merito alla pandemia causata dal Covid-19, ha lasciato emergere i problemi sopiti e non affrontati in tutto questo tempo. L'emergenza sanitaria e la sua sfilza di Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri hanno trovato una popolazione incerta, chiusa, diffidente e, spesso, poco collaborativa nell'ottica di un responsabilità civile nei confronti di tutti.

L’educazione civica rappresenta il fondamento su cui si regge il nostro essere cittadini. Per questo è essenziale che venga insegnata fin da bambini. Lo stiamo vedendo ora in concomitanza con quest’emergenza sanitaria, e non solo in Italia. Possiamo sconfiggere il Covid-19 solo se ci sentiamo responsabili per noi e per gli altri. Dunque è importante dare all’educazione lo spazio che merita, come trovo meritevole il fatto che si sia dato spazio anche a concetti come la sostenibilità e l’economia digitale. Purtroppo, ancora una volta non abbiamo considerato l’educazione finanziaria tra le materie di educazione civica, materia che con l’educazione civica e quella ambientale contribuisce a realizzarci come persone libere, responsabili e consapevoli. Senza contare che le emergenze, anche quelle sanitarie, hanno conseguenze economiche e finanziarie a cui le persone devono far fronte, senza purtroppo averne spesso gli strumenti. Nella salute come nella finanza, la prevenzione costa meno ed è più efficace della cura, è bene ricordarlo. Se desideriamo che le persone sappiano navigare il mondo intorno a loro è ora di modificare questa legge e inserire l’insegnamento dell’educazione finanziaria nelle scuole, prima di aspettare che ce lo imponga, con conti salati, la prossima crisi o il prossimo terremoto. Facciamolo subito.” Annamaria Lusardi, direttrice del Comitato Interministeriale per la promozione e l’educazione finanziaria 7

Come continuiamo a sottolineare, e come sottolinea anche la Lusardi, l'educazione civica è un mix sapiente e coscienzioso di responsabilità, diritti e doveri che riguardano il comportamento, la legge, il senso dell'economia sostenibile, etc. La questione, quindi, non è quali specifiche nozioni devono essere trasmesse con l'educazione civica, che possono cambiare con i periodi storici, ma quali filosofie di pensiero vanno comprese al fine che queste siano le linee guida per sempre anche al mutare delle condizioni del contesto. Il tema principale, quindi, è l'insegnamento della responsabilità individuale nell'ottica della salvaguardia e del rispetto collettivo.

In questi mesi abbiamo riscoperto l'importanza di seguire le regole e l'importanza della loro stessa presenza comprensibile per tutti. Ci stiamo accorgendo, tristemente, di come ci sarebbe tornato comodo, in questo periodo, avere una base solida di consapevolezza civile e civica in un periodo così complesso e incerto come questo della pandemia. Il virus Covid-19 ci ha sbattuto in faccia, più che una pericolosa malattia, una malattia ancora più grave e contagiosa: il menefreghismo. Ci ha mostrato la nostra piccolezza umana nei confronti dei grandi ideali umani che avremmo potuto avere e ci ha lasciato chiusi nelle nostre case a lamentarci della noia (!!!) e di nuove abitudini da acquisire in cambio di altre che, forse, non erano poi tanto migliori, ma la cui assenza è riuscita a mandare in crisi psicologica tantissime persone incapaci, tra l'altro, di adattarsi alla novità.
Perché uno dei fenomeni più “strani” a cui abbiamo assistito è stata l'incapacità psicologica di adattamento a nuove abitudini, tralasciando le vecchie anche se per solo un periodo determinato di tempo, nemmeno particolarmente lungo. Queste reazioni hanno sottolineato il dramma di una popolazione incapace di produrre una scala valori individuale in grado di orientare con serenità le sue scelte e di aiutarlo nei momenti di cambiamento con la consapevolezza di una emergenza superiore. La nostra scala valori in tempo di pandemia e lockdown ha smascherato le nostre piccole e grandi bassezze e incapacità adattive. E, tra l'altro, sprovvisti della cultura dell'educazione civica, questa non è potuta correrci in soccorso aiutandoci a capire come piccoli sacrifici – perché di piccoli sacrifici si è trattato per molti – fossero utili per una ricompensa individuale e sociale decisamente più grande e importante della necessità degli aperitivi in centro al sabato. Il Covid-19 ci ha scoperto del tutto impreparati sotto innumerevoli punti di vista: economico, psicologico, sociale, organizzativo.
Il Covid-19, oltre a svecchiare una popolazione, ci ha ridicolizzato nella nostra pochezza e approssimazione di vita. L'articolo 3 della Costituzione parla chiaro “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”: parla di diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo che come collettività; parla di diritto ad esprimere la propria personalità, ma anche di adempimenti di doveri inderogabili di solidarietà sia in campo sociale che economico. Forse dovremmo ricordare più spesso il dovere della solidarietà che, francamente, leggo veramente poco negli articoli di attualità o di approfondimento.
Si è, invece, diffuso il concetto che la solidarietà sia il paravento di uno strumento con cui imbrogliare il prossimo. Ogni volta che qualcuno ci propone un atto solidale, abbiamo un piccolo brivido lungo la schiena e, sono certa, molti di noi stanno già cercando di capire dove sia la fregatura. Anche i giovani e giovanissimi, a causa della pandemia e del lockdown, di conseguenza si sono sentiti spersi, imprigionati in casa oppure impegnati a districarsi tra quello che si faceva, ma che non si poteva più fare; tra quello che non si poteva più fare, senza capirne davvero il perché; tra una scuola che “finalmente” si allontanava, ma di cui, invece, si iniziava a sentire una gran mancanza; tra il poter stare a casa, ma senza più vedere gli amici. Un momento di crisi interiore e intima con spiegazioni non sempre adatte alla loro età, che hanno generato un senso di vuoto, frustrazione e disorientamento. Sarebbe stato diverso con un adeguato insegnamento dell'educazione civica in grado di dare le risposte necessarie?

1 - https://www.etimo.it/?term=civico

2 - https://www.etimo.it/?term=educare

3 - Caligiuri M., Aldo Moro e l'educazione civica. L'attualità di un'intuizione, Edizioni Rubbettino, Catanzaro 2019

4 - https://it.wikipedia.org/wiki/Aldo_Moro

5 - https://it.wikipedia.org/wiki/Costituzione_della_Repubblica_Italiana

6 - https://www.centroalbertomanzi.it/alberto-manzi-biografia-completa/

7 - www.ilsole24ore.com/art/lusardi-dobbiamo-imparare-misurarci-i-rischi-questa-crisi-lezione-importante-ADdNKdC

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Emilia Orefice

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Mi chiamo Emilia Orefice, ho qualcosa in più di 40 anni, superati i quali si smette di contare.

Ho lavorato per moltissimi anni nella produzione di siti web, partendo dalla stesura di appositi testi adatti al web, fino alla loro realizzazione completa, in maniera autonoma come free lance.

Per questioni puramente personali, da quasi tre anni mi dedico all'assistenza degli anziani come collaboratrice familiare nelle loro case, occupandomi di loro e delle loro esigenze quotidiane.

Nel tempo che mi rimane aiuto i laureandi nella redazione della loro tesi di laurea.

Sono estremamente empatica, riflessiva e arguta, senza mancarmi per nulla la socievolezza.

Ho eccellenti capacità nell'analisi dei testi e nel problem solving.
Sono bravissima nella scrittura in tutte le sue varianti (informale, formale, aulica, burocratica...) e sono maniacalmente precisa quando redigo i miei testi e, ancora di più, quelli ufficiali.

Le attività che compio per hobby sono altrettanto numerose e variegate e vanno dalla classica lettura (da qualche anno soprattutto saggi di scienze sociologiche/psicologiche, et similia), alla fotografia amatoriale, fino all'attuale fortissimo interesse per la difesa personale attraverso l'arte marziale del wing chun per il quale sto studiando per diventare istruttore.

Sono stata sempre un leader in tutti i contesti a cui ho partecipato, ma so essere anche un eccellente braccio destro.

 

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