#oremylottapervoi

Diario di una Stalker


Domenica, 14 Dicembre 2014 22:13

Il signor Uovo Sodo

Il signor Uovo Sodo era molto pieno di sè.
Se ne girava con lo sguardo dell'uovo che sa come gira il mondo, sempre accompagnato da un sorrisetto beffardo e una battuta sarcastica e crudele per tutti: il pomodoro troppo abbronzato, la carota con un ridicolo naso a punta, i ceci butterati, la provola affumicata puzzolente....

Ma il signor Uovo Sodo sapeva il fatto suo.
Era nato dal buco del culo di una gallina come tutti. Anzi... la sua gallina aveva anche un principio di aviaria, ma lui era un uovo testardo! Di quelli che non si fanno
mettere sotto dalla sfiga e, quindi, per il suo futuro aveva deciso di non essere uno smelenso uovo alla coque, nè una stucchevole meringata, neppure un allegro zabaione sempre a divertirsi alle feste. No! Lui aveva deciso di essere un uovo sodo... un uovo di sostanza! Sostanzioso dall'albume al tuorlo. Pronto per essere messo nelle torte pasqualine, la festa cristiana più tosta. Lui era un uovo sodo e sapeva lui come si faceva ad essere "sodi" davvero.

Il signor Uovo Sodo si vantava spesso davanti a tutti della sua robustezza, di quanto il suo guscio fosse lucidato tutti i giorni, di quanto la cottura che l'aveva preparato non aveva sgarrato di un solo secondo. Se ne andava in giro sempre elegante, spesso sostenuto da un bastone dal pomello d'argento. I mustacchi curati e pettinati tutti i giorni con un pettinino. Gli occhiali poggiati sul naso pronti a scrutare il prossimo con aria di disappunto. Le scarpe con la mascherina traforata sempre di gran classe e sempre ben allacciate. La giacca su misura gli cascava a pennello. Sempre inappuntabile... almeno quando era fuori....

Il signor Uovo Sodo aveva le crepe nel cuore.

Nessuno in realtà le vedeva perchè le nascondeva accuratamente con il suo guscio comprato a caro prezzo da un cambia-gusci e messo sopra l'originale. Ma la sera tornava a casa e rimasto da solo a guardarsi nello specchio, scrutava quei percorsi di crepe che gli attraversavano il corpo. Ogni crepa portava dietro la sua storia, ma il signor Uovo Sodo non se le ricordava più tutte quelle storie. Il signor Uovo Sodo aveva deciso che era meglio ignorarle... dimenticarle... cancellarle. Quelle storie non esistevano. Le crepe? Un fascinoso vezzo da Uovo Sodo. Il resto? Smancerie da ovetti da quaglia.

Il signor Uovo Sodo si vantava della sua solitudine.
Sapeva che per essere un vero Uovo Sodo non doveva chiedere aiuto a nessuno. Non doveva piangere.
Doveva cavarsela sempre da solo.
Non lasciare che nessuno gli aggiustasse il papillon o il cappello.

Il signor Uovo Sodo in realtà era terrorizzato.

Non toccava la carota perchè temeva di essere tacciato di cattive compagnie.
Non si avvicinava alla provola perchè pensava di diventare puzzolente.
Il pomodoro era rosso e non pallido come lui. I ceci.... i ceci erano brutti come si vedeva brutto lui.

Il signor Uovo sodo passeggiava diffidente per la città.

Scansava tutto ciò che poteva toccarlo.
Prendeva rapidamente a occhio le misure e le distanze da tutto e con abilità e indifferenza si teneva lontano da oggetti e persone. Il signor Uovo Sodo, in questo modo, non si era fatto molti amici. E non li voleva.

Un giorno il Signor Uovo sodo camminava pensieroso fino a quando la sua attenzione fu rapita da una rissa di strada... due sassi litigavano ferocemente tra loro. Forse per una sassolina, chissà. Sta di fatto che se ne davano di santa ragione.

"Vile!"
"Traditore!"

Il signor Uovo Sodo, rispettando il suo ruolo di "uovo che sa", avanzò un sostenuto "giovani sassi... adesso vi spiego io cosa....." ...................SPLASH!..........................

I sassi accapigliatisi per i capelli si erano scaraventati contro il signor Uovo Sodo e l'avevano trapassato da parte a parte e....
I sassi si guardarono basiti. Esterefatti. Amareggiati dalla verità.

Tra i frammenti di guscio sparsi a terra, colavano mesti rivoli di albume e di un tuorlo colpito al cuore....

Il signor Uovo Sodo era pieno di sè. Guardava tutti e tutto con un sorrisetto beffardo.
Il signor Uovo Sodo morì in una frittata su uno sporco marciapiede trafitto da due giovani sassi.

Lunedì, 15 Dicembre 2014 09:50

Il sasso

Ho paura del mondo. Lo ammetto. Ne ho una fifa tremenda.

E quando hai paura del mondo, ti metti in un angolo sperando che nessuno ti veda. Che nessuno veda che sei solo un sasso come gli altri. Sì, sono un sasso. Un banale sasso bianco. Come me ce ne sono a miliardi. Io mi vergogno di essere un sasso. Ma non chiedetemi perchè me ne vergogno. I miei fratelli sono sassi senza capire che sono solo dei sassi.

NON VOLEVO ESSERE UN SASSO!

Volevo essere qualcosa di altro. Un po' più animato. Beh! Sarebbe stato grande essere un uccello! Adesso... non dico chissà quale uccello possente tipo albatros, aquila reale... magari anche un piccione da monumento cittadino. Di quelli che scagazzano un po' ovunque e svolazzano all'ultimo secondo davanti alle automobili. Voli bassi, non più alti dello sputo di un bambino. Un volo ogni tanto. Giusto per avere la consapevolezza che si può fare. Giusto per dire "io volo!". Poco, ma volo.

E, invece, sono solo un sasso bianco. Un sasso che si è messo nascosto in un angolo perchè nessuno lo vedesse. Da bravo sasso, ho fatto il sasso. Il caso mi ha buttato in un angolo nascosto e io ne sono stato felice. Faccio il sasso. E adesso sono sasso da tempo. Ho privilegiato gli angoli nascosti. Non ho chiesto a nessuno "Prendetemi! Spostatemi in un altro posto per favore. Mi sta venendo la muffa a stare in questo angolo senza sole e senza vento".

Ah! Il vento!! Che bella cosa il vento! Ti accarezza il corpo, ti rinfresca, ti pulisce, ti smussa, ti leviga, ti rende più grazioso. E, invece, guardatemi: un vecchio sasso spigoloso. Non ho curve, non ho rotondità... il vento non mi ha dato il suo tocco magico. Sono il brodo primordiale dei sassi. Come sono venuto fuori dalla terra, così sono rimasto. Attorno a me ci sono sassi "magici". Li guardo con ammirazione. Invidia. E una bella dose di incazzatura!

Siamo tutti sassi! Come hanno fatto loro a creare il "miracolo dell'equilibrio impossibile"? Sembrano siano nati per fare quel miracolo e, invece, è stato il vento con la sua casualità!

Il vento che se ne frega se sei sasso o albatros.
Il vento che soffia per tutti indistintamente.
Il vento che accarezza e tira fuori il meglio di te.
Il vento che se tu non ci fossi, il vento ci sarebbe lo stesso.
Il vento che quando piangi, ti asciuga le lacrime.
Il vento che non lo puoi fermare.
Il vento che ti fa sentire vivo anche se sei sordo, cieco e muto.

E' rimasto, per favore, del vento per un vecchio sasso spigoloso?

Lunedì, 15 Dicembre 2014 14:47

Infelice pesantezza

Trascini goffamente il peso del peso, degli anni, delle tristezze è delle insoddisfazioni.
Affronti mestamente lo scadere delle ore degli obblighi con il muso lungo di chi va al patibolo.

Non vedi luce. Non vedi futuro. Vedi solo i rimpianti.
Ma il rimpianto di cosa?

Di quello che pensavi sarebbe stato un mondo perfetto.
Un mondo dove ogni cosa è al suo posto, carino, ordinato.
Ti vanti dei successi degli altri.
Vivi all'ombra delle ombre degli altri aspettando che un'ombra ti illumini.
Le ombre non illuminano.
Le ombre oscurano e raffreddano.

E ti sei lasciato raffreddare e oscurare per la paura della tua luce?

Un castello di carte lise dal tempo e dalla banalità hai tirato su per metterti nella dependance della servitù.
Un servo senza padroni.
Un servo che serve il disperato bisogno di sentirsi dire "bravo".
Nemmeno grazie. Ti basta un "bravo".

Quel bravo che tanto ambivi da piccolo mentre per tuo padre restavi mediocre.
Ed ecco il più grande dispetto da potergli fare.
Restare mediocre.
Farlo vergognare di te.
Dargli esattamente quella delusione che lui non voleva. E ora?
Di lui ti resta un amaro ricordo di incomprensione.
Della tua vita? Una traballante messinscena.
Di tua moglie? Un formale contratto da rispettare.
Di tua figlia? La corda che ti ha soffocato.

Non sai nulla di questo.
Prendi le chiavi è vai al patibolo anche oggi.
Triste di qualcosa che non sai.
Inutilmente felice delle tue finte felicità.

Venerdì, 19 Dicembre 2014 19:04

O fatt d'e struffol

Ho scoperto che quasi tutti noi, nella nostra vita, viviamo la tragedia dei parenti che non ci sono più.
Ecco. Ora il problema non è che ci dà fastidio che siano morti e non ci sono più fisicamente.
Il problema è che vogliamo farli tornare vivi nei modi più antipatici e patetici.

Capita spesso che questa strada di resuscitazione-parente-prossimo avvenga attraverso la preparazione dei piatti che avevano, per loro sorte e fortuna, l'abilità di eseguire in maniera eccelsa. Loro.

Alla veneranda mia età di 8 anni a mio padre venne il pallino micidiale di chiedere, per il giorno del Santo Natale, che mia madre preparasse gli Struffoli come faceva la sua di madre! Delizioso, mieloso e coloratissimo dolce natalizio tipo delle parti terroniche di cui sono originaria.

Un calvario! Un'agonia durata 10 anni! Ogni Natale mia madre si accingeva alla preparazione di uno dei dolci più “massacra-cucine” della storia. Litrate di olio si intrufolavano in ogni pertugio irragiungibile della cucina, dei fornelli, degli sportelli, delle fughe delle mattonelle...
Ma il cinico responso di mio mpadre è stato sempre il medesimo per anni “Buoni... ma non sono come quelli di mia madre...”

Quella povera donna di mia madre, rinomatamente abile e capace dietro ai fornelli, con modestia e umiltà interrogava e si interrogava... “più farina? più uova?”
Ovviamente nessuna risposta e solo tentativi su tentativi un anno dietro l'altro.
“Buoni... ma non sono come quelli di mia madre...”

I nostri sguardi restavano immutibilmente perplessi a sentire queste parole, mentre le dita appiccicose, intrise di miele, portavano alla bocca uno struffolo dietro l'altro con ingordigia e lussuria.

L'agonia si è protratta anche a “famiglia allargata” quando con zii e zii di zii ci trovavamo a fare tutti insieme il pranzo di Natale. Le dita appiccicose di miele erano aumentate, ma non c'era verso di capire cosa non andava negli struffoli di mia madre!
“Buoni... ma non sono come quelli di mia madre... i suoi erano più duri...”

Più duri... più farina? Più uova? Cosa li renderebbe più duri da chiamare, come con mia nonna faceva, il vicino di casa con il seghetto per farne fette?

Altro Natale, altra corsa, altri struffoli.
E ancora, davanti a tutti, mio padre sentenziò... “Buoni... ma non sono come quelli di mia madre...”

Fu in quel momento, di quell'ultimo anno degli struffoli morbidi della mia di madre, che proprio lei tirò uno sguardo bieco a mio padre, sbuffò solo un attimo prendendo nel contempo un bel respiro profondo e.... “Tua madre non sapeva cucinare!!!! Chissà che schifezza faceva!!!”

Le dita appiccicose restarono a metà corsa tra il piatto di portata e la bocca lussuriosa...
Ah... quindi non erano le uova... non era la farina... era solo incapacità che per mio padre, incapace di ammetterlo, si era trasformata in una inspiegabile dote divina.

MORALE
Non tutte le mamme sanno cucinare.

Lunedì, 29 Dicembre 2014 21:58

Emilia scopre la nutella

in fondo è solo una crema di nocciole.. niente di così diverso da un gianduiotto spalmabile..
chi ha mai ucciso la nutella??
a casa mia si doveva pensare fosse un serial-killer perchè non si è mai vista.
e per MAI intendo... MAI!

un giorno mio nonno decise che era ora di togliere il disturbo.
il "lungo viaggio" da caserta a padova quell'anno mi portò al suo funerale.
12enne affrontavo con dignità il mio primo funerale.
in una sincronia di sguardi scambiavo il segno della pace con mia cugina evitando la donna da evitare.
tornati a casa, mia zia pensò che "i ragazzi" avrebbero dovuto fare merenda (merenda? mai usato a casa mia...) e tirò fuori queste vaschette monoporzione di nutella appoggiandole sul tavolo accanto alla fette biscottate.
ricordo con precisione lo sguardo mio e, soprattutto, quello di mio fratello.

così.
fermi e impassibili l'ammiravamo senza far nulla mentre nostra cugina tranquillamente già la spalmava.
credo di aver chiesto come si faceva... a mio fratello finì persino sul naso...

caro nonno, andartene non è stato bellissimo per me.
però lo devo dire... ogni volta che vedo quei monoporzione, ti penso sorridendo.
non ho fatto a tempo ad avere qualche ricordo più adulto e profondo della tua grandezza.
di sicuro mi è rimasto un dolce ricordo.

Domenica, 04 Gennaio 2015 22:14

La casalinga distratta

Sono uscita e andata al mercato.

Nella confusione del mondo e delle cicorie ho dimenticato di dare uno scudo a mio figlio e un mantello d'amore a mio marito.

Ho preparato il pranzo e la cena.
Nel tagliare le patate e le carote ho smarrito la luce degli occhi di mio figlio e il calore delle labbra di mio marito.

Ho rassettato e addobbato la casa.
Ho lavato lenzuola e tende e non mi sono accorta della tristezza di mio figlio e di mio marito.

Mercoledì, 28 Gennaio 2015 23:58

Il bambino che giocava da solo

Il bambino che giocava da solo impilava meticoloso i suoi mattoncini.Non aveva il tempo di guardare fuori dalla finestra, concentrato com'era. Li sceglieva con cura e poi li ordinava per forma, per colore, per dimensione.Un lavoro certosino che non gli lasciava il tempo di guardare oltre i vetri.

Il bambino che giocava da solo sorrideva poco, ma nel suo cuore era un fuoco di passione.
Quando vedeva una perfetta pila di mattoncini rosso e blu, perfettamente allineata, la osservava soddisfatto. Ma non sorrideva. Appena uno sguardo compiaciuto per essere stato bravo. Riponeva poi i mattoncini nella scatola, sempre in perfetto ordine cromatico e dimensionale.

Il bambino che giocava da solo aveva paura. Aveva smesso di giocare con gli altri bambini perchè gli altri non lo avevano rispettato. Lo avevano snobbato e deriso per la sua meticolosità. Per la sua precisione. Per la sua innata voglia di ricerca dell'equilibrio perfetto. Un equilibrio capace di essere contenuta solo dalle grandi intelligenze.

Il bambino che giocava da solo temeva che qualcuno gli toccasse i mattoncini. Temeva che qualcuno gli potesse tirare addosso una palla. Temeva che qualcuno potesse invitarlo fuori per far volare un aquilone per il solo gusto di sfidare il vento. Aveva paura di essere ancora deriso e di dover deridere. Il bambino che giocava da solo non saprà mai che rumore fa un aquilone quando fende il vento.

Domenica, 08 Febbraio 2015 23:54

Il bambino che non sapeva dire "ti voglio bene"

Il bambino che non sapeva dire "ti voglio bene" era stato innaffiato fin da piccolissimo con affetto a secchiate capienti.
Veniva bombardato di baci, carezze, abbracci. Uno stritolio perenne d'amore falsificato dalle concrete manifestazioni.

Il bambino che non sapeva dire "ti voglio bene", un giorno disse "basta" alle guance strizzate, agli abbracci e alle sdolcinatezze.
Il bambino che non sapeva dire "ti voglio bene" decise che decideva lui quando darlo e quando dirlo.
Decise che non voleva più essere voluto bene.
Che non voleva baci e abbracci.
Che non voleva che nessuno gli dicesse quanto gli voleva bene.
Nè voleva dirlo lui.

Decise che non gli piacevano i regali di compleanno.
Decise che non c'era niente da amare e festeggiare per lui.
Decise che non voleva essere voluto bene.

Il bambino che non sapeva dire "ti voglio bene" aveva bisogno di essere amato per quello che era.
Un bambino riservato e serio che non dispensava affetto a comando.
Il bambino che non sapeva dire "ti voglio bene" era stato affogato in un sentimentalismo che gli oscurava i sentimenti.
Il bambino che non sapeva dire "ti voglio bene" un giorno tornerà a dirlo. Quando il sentimentalismo darà spazio al sentimento.

Venerdì, 13 Febbraio 2015 14:36

Quasi 14

Terza media.
"PROFESSOREEEEEEEEESSAAAA!!! Orefice ha scritto una poesia!"
"Come?"
"Non è vero... non ho scritto niente..."
"No no... l'ho letta... l'ha scritta su quel foglio!"
"Fammela leggere..."
"No..."
"Dai... vieni... fammela leggere...."
"Nu..." cominciando ad assumere un colorito paonazzo
"Dai... cosa vuoi che sia mai... in fondo quanti anni hai? 11? 12?"
"Quasi 14!"
"Dai... fammela vedere..."
Un passo tremante coraggioso di sfida portò il foglio alla cattedra.
Gli occhi appoggiati su un naso su cui appoggiavano gli occhiali stretti iniziarono la lettura.
Tutta. Fino in fondo. Fino all'ultima parola. Fino all'ultima rima.
Gli occhi appoggiati sul naso spostarono gli occhiali.
Quegli occhi pronti a sottolinearti ogni accento perso, ogni doppia di troppo, ogni virgola fuori posto... e che, in mancanza di errori di ortografia, avrebbe corretto il tuo modo di allacciarti le scarpe, quella volta non mi corresse nulla.
"Adesso ho capito perchè hai detto 'quasi 14'" furono le uniche parole.

A suo tempo ci restai male. Speravo in un qualunque commento. Anche con corredo abbondante di correzioni.
Ma volevo qualcosa e quel "silenzio" mi lasciò l'amaro in bocca.
Oggi, 24 anni dopo, mi domando cosa avesse visto in quella mia poesia da "quasi 14enne".

Giovedì, 19 Febbraio 2015 23:10

Il gelato del bambino indeciso

Il bambino indeciso si presentò alla gelataia con un sorriso a 32 denti.
Da un orecchio all'altro il suo sorriso già diceva tutto.
"che gusto?" interrogò con precisione quella signora dallo sguardo materno
"pistacchio.. no... fragola e panna... no... menta e cioccolato... anzi... croccantino e zabaione..."
La gelataia non mosse un dito a quella mitragliata di gusti.
"Quindi quale vuoi?" indagò di nuovo con un cipiglio di sospetto.
"TUTTI!!!"
"Ma sono 24 gusti...." lei sottolineò ancora con affetto.
"LI VOGLIO TUTTI!!"
"Ma ti verrà mal di pancia..." spazientendosi la gelataia.
"Non è vero! Li mangio tutti e non avrò mal di pancia!"
La gelatai non aggiunse altro.
Si chinò a prendere dal sottobanco una scodella enorme e iniziò a riempirla un gusto dopo l'altro.

Devo dirvi cosa successe al bambino?
No. Non credo.

MORALE?
Fatevela da soli che non siete più bambini indecisi... vero? :-)

Si alzava tutte le mattina. Un piede dietro l'altro scendeva con fatica dal letto.
Restava qualche minuto a fissare le fughe delle mattonelle... in cerca della sua fuga.
Ma come per le mattonelle, anche per lei c'era sempre un muro a stroncare quella corsa verso l'infinito delle parallele annerite dal tempo.
Sentiva lo scricchiolio delle ossa stanche arrancare dietro a muscoli e tendini che cercavano di portarla in piedi.
Primo tentativo. A vuoto. Secondo tentativo. Quasi. Sbuffo. Fastidio. E tre... su! Traballante in una schiena incurvata e pesante sotto il peso del peso, degli anni, della tristezza. Cosa pesa di più? Non c'è tempo per chiederselo. Non c'è tempo per domandarsi come sia successo. Togliere il pensiero del pensiero è il primo pensiero!
I piedi infilati nelle ciabatte strisciano verso i primi compiti della giornata.
Primo compito. Via un pensiero.
Secondo compito. Via un altro pensiero.
Uno dopo l'altro uccideva i pensieri nei suoi compiti quotidiani.
Li annientava meticolosamente affinchè non riaffiorassero a tradimento durante la giornata.
Ma mentre annientava i pensieri, i pensieri crescevano più forti scorrendo veloci e subdoli sotto la pelle.
Pensieri invisibili vestiti di rancore e insoddisfazione si diramavano per il corpo intaccando le cellule e lasciandole ferite e sanguinanti. Cellule in agonia che contagiavano altre cellule. Cellule su cellule, aveva corrotto il suo corpo con i pensieri invisibili a cui non aveva mai dato voce. Una voce soffocata per anni che non ha più potuto dire "salvami da te stessa!".

Martedì, 24 Febbraio 2015 18:40

Il cane che sorride

ho un cane che sorride alle persone
ti vede e ti schianta al suolo di leccate e ampi movimenti di coda
ho un cane che si domanda perplesso perchè non lo stai ancora coccolando
i biscotti duri e saporiti gli piacciono da matti
ma più di tutti gli piacciono gli umani

ho un cane che sorride all'aria
corre come un pazzo nell'erba alta a zampe raccolte come un capretto in primavera
annusa gli odori e aguzza la vista in cerca di novità da esplorare
si ficca nei cespugli da una parte e ti fa la sorpresa uscendo dall'altra
guarda in cagnesco i cani grossi... che non gli venga in mente di avvicinarsi a me

ho un cane che sorride quando dorme
si acciambella sul letto accanto a me toccandomi con la schiena
prima di farlo viene a guardarmi negli occhi e si accerta che io stia bene
sogna spesso e corre nel sonno muovendo le zampe e a volte abbaiando
se ringhia non è un bel sogno... ma la mattina ci riempiamo di coccole!

Giovedì, 05 Marzo 2015 01:16

la ESSE dell'Uomo Oggetto

L'uomo oggetto non chiedeva per se, ma faceva per gli altri.
Dell'uomo oggetto si conoscevano poche cose: accenni di pensieri, sbuffi infastiditi, colori arrugginiti.
L'uomo oggetto era stato privato della sua soggettività e lasciava che gli altri lo adoperassero dietro i verbi più disparati: prendi, paga, fai... Una serie di comandi e richieste a cui l'uomo oggetto non sapeva sottrarsi.
Nella sua patente sociale avevano scritto che sarebbe stato usato come "strumento" per gli altri: bancomat, spalla su cui piangere, capro espiatorio, donatore di seme, idraulico, falegname, maggiordomo, autista, ometto di compagnia per i capricci degli altri.
L'uomo oggetto era pieno di "azioni" che nascondeva sotto il cuscino lontano dagli sguardi indiscreti.
La sera l'uomo oggetto intinge due dita nella cenere del suo fumo e si disegna una S sul petto: l'uomo oggetto diventa l'uomo S-oggetto e sceglie musica, letture, film e amici. Resta solo in pace con se stesso. Finalmente Soggetto della sua vita.

Martedì, 14 Aprile 2015 23:48

Suzanne

Suzanne sognava il principe azzurro, ma trovò l'orco in fondo al bosco.
Suzanne ancorò un ranocchio che non seppe trasformare in principe con un bacio.
Suzanne cucinò il ranocchio e ne fece polpette perchè non era una principessa.
Suzanne morì da sola nella ferocia del suo odio per il mondo, perchè in fondo al bosco aveva trovato l'orco.
Ma l'orco era solo una prova della vita. Che lei decise di non sconfiggere.

Venerdì, 24 Aprile 2015 18:34

A bordo di un cavallo

A bordo di un fiero cavallo bianco per superare la tristezza
quando la tristezza ha la forma di un giocattolo in vetrina.

A bordo di un possente cavallo bianco per affrontare i nemici
quando i nemici sono fastidiosi compagni di scuola petulanti.

A bordo di un fastoso cavallo bianco bardato di oro
per sognare il futuro e mille gesta ardimentose ed eroiche.

"Venghino siori, venghino, altro giro altra corsa..."
La giostra si ferma e il cavallo si irrigidisce impassibile.
Scorrono davanti ai tuoi occhi le gesta di una vita da fare.
Ti volti nostalgica e sai che quel cavallo in fondo sei tu.

Lunedì, 18 Maggio 2015 18:08

La comare

la comare del quartiere spiava tutti e tutto
non passava minuto che non avesse qualcosa da ridire
non passava giorno che non avesse qualcuno di cui sparlare
non passava ora che non pensasse a qualcun altro che non fosse lei

la comare del quartiere viveva a quell'ultimo piano
per minuti scrutava dalla finestra quanto cresceva l'erba del vicino
per giorni indagava sulle coppiette di ragazzini che passavano
per ore si domandava cosa stessero facendo tutti gli altri

la comare del quartiere un giorno si ammalò e mori
ogni minuto qualcuno non se la ricorda
ogni giorno la vita va avanti lo stesso
ogni ora l'erba del vicino cresce rigogliosa

Lunedì, 29 Giugno 2015 21:57

Le monete

conto le monete anche stasera
oggi niente banconote, solo monete
le monete sono le mie migliori amiche
anche oggi ho parlato con millemila persone
ho parlato alle signore anziane, ai bambini e ai cani
ho raccontato loro storie, aneddoti, curiosità
mi hanno sorriso bambini, donne e cani
ai cani ho elargito abbondanti carezze
ai padroni ho dispensato consigli
ai bambini... qualche storia strana

conto le monete anche stasera
sono spicciolate dentro al piatto
qualcuna deve essere caduta fuori
qualche cane ha provato a farci pipì
non importa: le monete restano monete
quelle piccole pesano poco, ma pesano
quelle grandi brillano sotto i miei occhi
tante monetine.. una moneta per ogni racconto
un racconto vale una moneta di sollievo
quante monete vale una vita, la mia?

conto le monete anche stasera
so che sono stato bravo anche oggi
una lotta contro il freddo e il vento
se c'è freddo si chiacchiera meno
nelle chiacchiere delle persone cerco conforto
con le chiacchiere mi guadagno il pane
chiacchiero per sollevare i sorrisi e le monete
tante monete per arrivare a quella pensione
tante monete per la cena e per un paio di scarpe
tante monete per un berretto di lana

conto le monete anche stasera
e conto i giorni a quella ambita pensione
sempre meno giorni a quel giorno
non mi vergogno di chiedere monete alla gente
chiedo monete e dò quel che so dare alla gente
oggi faceva fred......
che succede? è buio tutto di colpo
di colpo sento un colpo... è il mio corpo!
il pavimento è freddo? dovrebbe... sento caldo
è buio... le monete... quante sono le monete?

non conto più le monete
la vita mi ha preso ancora in giro
ma io non conto più le monete
passeggio dritto per la città
non conto più le monete
ora ho questo tozzo di pane raffermo in bocca
non mi lascia parlare più bene con la gente
ma io non conto più le monete
e le persone mi capiscono e mi parlano lo stesso
anche se non chiedo più monete.

Martedì, 21 Luglio 2015 13:04

La raccolta dei bollini

La signora triste viveva la vita come una raccolta punti piena di bollini da sventolare al mondo. La signora triste morirà con la scheda piena di bollini e la vita vuota di significato.

Lunedì, 03 Agosto 2015 14:07

La vera storia della CICALA e della FORMICA

La cicala morì di stenti alla fine dell'estate assieme alle altre cicale ricordando il caldo, il sole, il profumo delle foglie e dei frutti sugli alberi.
La formica morì alla fine dell'estate schiacciata da una nike che correva nel parco. L'ombra della scarpa non le fece vedere il sole nemmeno in quell'ultima occasione.

Lunedì, 24 Agosto 2015 00:12

Uomo e scimmia

Anche quel giorno Andy tornando a casa, diede un'occhiata al mondo da dietro i vetri del suo trasporto.
Da un lato un padre strattonava un bambino urlante mentre la madre lo riempiva di caramelle per farlo smettere.
Da un altro lato un gruppo di giovanetti massacrava di insulti uno più piccolo di loro. Al primo semaforo uno scooter aveva lisciato violentemente un pedone mentre il pedone inveiva contro tutti i suoi parenti prossimi. Passando davanti a un bar, un vecchino, con lo sguardo acquatico, infrangeva la sua pensione in una leva e frutti colorati cercando di ricordare quando era stato mai felice. Oltre quella siepe non vide alcun infinito, ma solo un signore che scappava via con il suo cane senza raccoglierne la cacca lì abbandonata.
Mille furono i pensieri di Andy... ma uno si soffermò più a lungo su Amy. Quel giorno aveva trovato un bellissimo regalo da portarle. Ancora qualche km e l'avrebbe rivista e abbracciata. Ancora un veloce sguardo al mondo per rattristarsi un altro po' prima di giungere. E poi lì... la vide da lontano con quell'inconfondibile ciuffo spettinato, i denti che sporgevano in un enorme sorriso, le gambe un po' curve pronte allo slancio e quelle braccia infinite aperte nell'abbraccio che stava aspettando. Arrivò l'abbraccio e poi quel piccolo regalo per lei... un tappo di sugherò di champagne trovato nel laboratorio del suo amico umano. E fu subito uno digrignare di denti di entrambi dentro una fragorosa risata. Felici di essere ancora insieme. Felici di non essere come quegli umani visti lì fuori.

Martedì, 01 Settembre 2015 17:18

Il magazzino delle idee confuse

Nel magazzino delle idee confuse hai perso la direzione.
Ti muovi lentamente al buio tra uno scaffale e l'altro.
La F non segue più la E. La M precede la Z.
La polvere oscura ancora di più le etichette negli archivi.
Dove sarà finito quello... quello importante... quello che...
Chili di scartoffie accumulate negli anni inondano la tua vista
Chili di scartoffie altrui affossano il tuo archivio importante
Chili di scartoggie appesantiscono la tua ricerca
Buttale via! Cerca il tuo archivio d'oro!
Quello dov'è scritto chi sei.
Quello con le autentiche foto di te.
Quello dove nessuno ha scarabocchiato.
Trova lì dentro il tuo nome e il tuo volto.

Giovedì, 15 Ottobre 2015 15:03

Cara Nonna

Cara Nonna,

da quando sei morta io non ti ho mai conosciuta.
677 giorni ci hanno tolto la possibilità di prenderci per mano, di annusarci e di passarci Qualcosa.
677 giorni mi hanno impedito di conoscere chi mi ha dato il suo nome, i suoi occhi e le sopracciglia a disegnare le espressioni di gioia, tristezza, disperazione, stupore...
677 giorni per darmi la voglia per tutta una vita di sapere com'eri davvero.
Resti lì, fissa nella più famosa delle tue fotografie: in posa dal fotografo, seria e profonda.
I pensieri si scorgono e fanno capolino, ma restano intrappolati in quelle tonalità di grigio che il tempo persiste a conservare. Cosa pensavi? Mi pensavi? Sapevi già che ci sarei stata? Qui, con il tuo nome e i tuoi occhi. Con le cose più importanti di me che tu avevi già.
Ma tu chi eri?
Resto qui... 38 anni ancora dopo.. a immaginare quali passi percorrevi, con che andatura. Sicura e veloce? Lentamente pacata per raggiungere ogni meta? Come si muoveva il tuo corpo voltandoti a rispondere alla mia mamma? Con che movimenti delle labbra, degli zigomi, degli angoli degli occhi le sorridevi? Come le parlavi di me? Di come mi avrebbe dovuto crescere?
Che voce avevi, Nonna? Come suonava il tuo accento? Le tue doppie erano marcate pesantemente? Parlavi in dialetto? O in un affaticato italiano post-bellico? O il tuo lavoro da impiegata ti aveva già elevata a un eloquio corretto e scorrevole? Com'era la tua voce, Nonna? Cupa? Acuta? E le parole come scorrevano tra le tue labbra? Scandite? Veloci? Smangiucchiate dalla fretta delle millemila cose da fare per la famiglia? Come avrebbe suonato la tua voce sulle mie ginocchia sbucciate da una caduta improvvisa? Che musica mi avresti usato nelle tue parole per consolarmi delle prime delusioni della vita?
Resti ferma, in quella foto e in poche altre. Immobile. Come se a te il movimento non fosse destinato. Come se alzare un braccio nella tua vita non fosse stato mai permesso.
Così... per una vita ti ho pensata così. Ferma. Pensierosa. Con uno sguardo micidialmente intelligente. Ti somiglio? Abbiamo lo stesso carattere? Cosa ho preso da te? La determinazione? La passione? Il violento istinto di protezione per gli affetti? Cosa?
Non so chi sei. Non so chi sei stata. Ma le domande su di te si sono sovrapposte e stratificate nei miei anni. Con questo nome che tanto ho odiato. Ma che ora amo così tanto da farmelo incidere sulla schiena. Perchè quel nome era tuo, ma ora è mio e non me lo toglierà nessuno. Perchè quel nome mi ha aperto le acque come un novello Mosè tra le Sara, le Maria, le Laura...
Quel nome mi risuona nella testa solo per me. Grazie per avermelo conservato e donato. Assieme ai tuoi occhi. E a quell'intelligenza che ancora solo immagino.

Domenica, 24 Luglio 2016 14:37

La borsa coi pupazzi

 

La "Borsa coi Pupazzi" dalla vetrina mi raccontava di magie, streghe e maghi. Giocolieri ed equilibristi avvolti di colori e stelline impazzivano in quella borsa nella loro staticità.
Quella staticità mi affascinava e mi allontanava. La volevo e non la volevo. Quante monete per quei pupazzi sulla borsa sarebbero servite. Tante, tantissime... troppe per me. Sono mamma e moglie. Sono una brava mamma e una brava moglie. Troppe monete. Quante monete. Basta contare le monete! Non conto le monete e la borsa non mi piace. Tanto domani non varrà più niente.

Bugie che crescono nell'animo per anni e anni.
Quei pupazzi danzano nella mia testa ancora incessantemente.
Danzano leggiadri e hanno tante magie per me, tante meraviglie da regalarmi. Come faccio a vivere senza la "Borsa coi Pupazzi"?

Ma la "Borsa coi Pupazzi" è solo un capriccio: un simbolo vano di vanità. Qui tra le mie mani la "Borsa coi Pupazzi" ha solo statici disegni immobili con nessuna magia. Nessuna gioia. La mia vita non è cambiata tenendo in mano la "Borsa coi Pupazzi": non mi sta bene, è corta... l'ho già dovuta riparare.

Ho inseguito per 20 anni la "Borsa coi Pupazzi"... per scoprire che ero io il pupazzo in loro balia.

novità dal diario di una stalker...


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